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Rassegna Stampa
"Primarie per i parlamentari. Resto se c'è rinnovamento"
lunedì 10 dicembre 2012 - Nuovo Quotidiano di Puglia
Trentanove anni, vicesindaco di Brindisi nell’amministrazione Mennitti, la primavera scorsa candidato per lo scranno più alto di Palazzo di città, animatore di “Italia chiamò” (il movimento dei sindaci Pdl), vicino ai formattatori Pdl. In poche parole: un alfiere del rinnovamento.
 
Mauro D’Attis, quel rinnovamento s'è però arenato.
«Sono state fatte scelte nefaste. Come aver candidato la signora Minetti. Faccio un esempio, ma è la punta di un iceberg che ha determinato sdegno e distacco da parte dei cittadini. Si è ridotta la credibilità».
 
Non crede che ora la candidatura di Berlusconi rallenterà ulteriormente il ricambio?
«Berlusconi ha fatto una scelta che fa parte dei suoi diritti, si è sempre misurato con il consenso, è un leader. Ma dopo la sua decisione di farsi da parte, c’è stata nel partito l’incapacità di realizzare una leadership alternativa, pur con tutte le difficoltà dovute a una successione così pesante e difficile».
 
In sostanza, sul banco degli imputati finisce Alfano.
«Ha avuto poco coraggio. Doveva andare avanti col percorso di rinnovamento, ampliamento e dibattito interno».
 
E perché non è successo?
«Bisogna chiederlo a lui. Noi abbiamo provato a lanciare messaggi con “Italia chiamò”». 
 
Forse Berlusconi non è mai uscito di scena, in realtà. Sapeva di tornare. 
«Magari intimamente ha sempre pensato a un suo ruolo attivo e non per forza di padre nobile. Ma in realtà non è stata proposta un’offerta alternativa valida». 
 
Il ritorno di Berlusconi innescherà spaccature e fuoriuscite?
«Sicuramente comporterà una ridefinizione del quadro di centrodestra. La candidatura di Berlusconi determinerà posizionamenti diversi da parte di chi aveva fatto dichiarazioni in direzione opposta. Ora molti dei contrari al suo ritorno accetteranno di buon grado la sua candidatura: mi riferisco a chi sta comodo nell’apparato, a chi non rappresenta un territorio. Comunque il ritorno di Berlusconi comporterà fuoriuscite, ma magari anche nuovi ingressi».
 
E lei resterà nel partito?
«Vincolo la mia permanenza a una necessaria proposta di vero rinnovamento della classe dirigente».
 
Deluso dall'addio alle primarie?
«Non avremmo dovuto bocciarle. Sarebbero state un importante segnale di apertura. Anche se l’obiettivo sarebbe dovuto essere quello di primarie di coalizione. Alfano era portatore del rinnovamento intrapreso, e la competizione delle primarie lo avrebbe rafforzato e legittimato. Faccio l’esempio di Brindisi: non sono state fatte primarie, e lo dico io che ero il candidato prescelto, e lo abbiamo pagato». 
 
Dalla base è un coro: almeno siano primarie per i candidati al Parlamento. 
«Condivido in pieno. In Puglia conosciamo le primarie, è una terra felice per il Pdl: c’è dibattito, scontro, tra posizioni, leader - come Fitto - che operano per il territorio. Credo non vi sia alcuna difficoltà ad accettare un meccanismo di selezione delle candidature che tenga conto di due aspetti: la rappresentanza omogenea di tutti i territori e la capacità di raccogliere consensi».
 
Ora che c’è Berlusconi, i “formattatori” e “Italia chiamò” che fine faranno?
«Il rinnovamento va perseguito comunque. E conviene anche a Berlusconi immaginare una formattazione».
 
Il cavaliere però pensa a cooptazioni di gente dell’imprenditoria o dello spettacolo, voi invece vorreste valorizzare le forze del territorio come i sindaci. 
«Riteniamo dovrebbe essere come nella formazione scolastica, dove ci sono passaggi graduali, dalla materna sino all’università. E non è solo un problema di corsa alle candidature».
 
In Puglia il gruppo Fitto, di cui lei fa parte, che fine farà?
«La Puglia può rappresentare una proposta di classe dirigente nuova per il livello nazionale: oltre naturalmente a un leader stimato come Fitto, penso anche al sindaco di Lecce Paolo Perrone. Se facciamo finta di nulla in tema di rinnovamento, c’è il rischio di perdere ulteriori pezzi di classe dirigente ed elettorato». 
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